Joseph Goldstein: La propria natura essenziale.

Alla riscoperta della propria natura essenziale.

Uno tra gli ostacoli principali alla ri-scoperta, ossia alla comprensione della propria natura più intima è l’apparente dualismo tra corpo e mente. La realizzazione spirituale presuppone in primo luogo la consapevolezza di tutte le identificazioni inconsce. Dopodiché ogni proiezione immaginifica perde il suo alone misterico per riassumere la sua vera valenza. Leggiamo, a tal proposito, Joseph Goldstein.

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«La scissione tra mente e corpo è una di quelle forme di dualità che è possibile affrontare con la pratica di meditazione. A tal proposito, è necessaria una comprensione estremamente accurata, dal momento che mente e corpo sono, in effetti, due processi distinti e la visione profonda di questa distinzione è fondamentale per l’approfondimento della nostra pratica.

La dualità da superare non è, infatti, la differenza tra mente e corpo, quanto la frammentazione che si ingenera quando identifichiamo la nostra mente individuale con l’ ‘io’, ossia con quel senso del ‘possessore’ di un corpo. È implicita in questa concezione l’idea dell’esistenza di qualcuno, di un sé, al quale il corpo stesso appartiene. Ciò fa nascere e quindi rafforza le proiezioni mentali basate sul bisogno che si avverte di proteggere e difendere quel senso del sé.

Le sensazioni di separazione si radicano proprio in questa identificazione con la mente individuale, come del resto anche l’inclinazione mentale all’attaccamento, all’avversione, alla paura, al giudizio e al confronto. Queste inclinazioni, a loro volta, sostengono la complessa invenzione di un ‘io’ distinto e duraturo: infatti, se esistono sentimenti di attaccamento, di avversione, eccetera, deve anche esistere un sé che li ‘ha’.

Finché, dunque, non riusciamo a discernere e a comprendere approfonditamente questo nastro di Moebius di continui condizionamenti, siamo vincolati a un ciclo interminabile: l’identificazione con la mente individuale all’interno del corpo crea un senso di sé e di separazione; questo senso di un sé condiziona quindi sentimenti e reazioni, che rafforzano ulteriormente l’identificazione con la mente individuale.

Un altro risultato della nostra identificazione con il ‘possessore’ di un corpo è la tendenza a scambiare le proiezioni di questa mente individuale per la realtà. Dal momento, infatti, che non siamo capaci di percepire pienamente noi stessi come un essere totale, ci lasciamo sprofondare in un mondo mentale fantastico e seducente.

La meditazione camminata può dimostrarsi particolarmente rivelatrice a questo riguardo. La semplice esperienza del contatto con la terra è così chiara e basilare che, per contrasto, appare evidente il modo in cui noi, con i nostri pensieri e le nostre immagini, creiamo mondi concettuali che non hanno nulla a che fare con la nostra reale esperienza del momento presente. Tra un passo e l’altro, la mente può creare un’intera città o una serie completa di rapporti umani, un particolare argomento o uno qualunque di innumerevoli scene e scenari, ciascuno con le sue risposte emotive, i suoi giudizi, e le sue reazioni.

Infinite volte al giorno ci perdiamo in queste fantasticherie, dimenticando che sono solo pensieri. E come, se guardando un film, ci facessimo prendere talmente da quello che stiamo vedendo, da saltare sullo schermo e cominciare a recitare con i personaggi.

Nel suo “La dottrina Zen del vuoto mentale”, D.T. Suzuki scrive: “Tutto è fatto di mente. È come se una persona dipingesse una tigre: e poi, dopo averla dipinta, la guardasse e se ne spaventasse. Ma non c’è nulla di spaventoso nell’immagine dipinta: è tutta opera del pennello dell’immaginazione”. Le forme del pensiero, dopo essersi manifestate, permangono per qualche istante, sbiadiscono, e infine si dissolvono.

Osservando la mente, cominciamo a scoprire quanta parte della nostra realtà non sia altro che l’opera del pennello del nostro stesso pensiero. Osservando gli specifici modelli di condizionamento che si generano all’interno della nostra mente, inoltre, comincerà a svilupparsi anche la visione profonda del modo in cui ciascuno di noi crea il proprio mondo sulla base di questo senso del sé.

Se indaghiamo quel particolare orientamento che riconduce tutto a un ‘me’, scopriremo le qualità mentali che scaturiscono dal modo di vedere le cose.

La paura, l’avversione, l’attaccamento, il giudizio: tutto nasce dal punto di vista del sé. In virtù della semplice e diretta osservazione del modo in cui ciò avviene, astenendoci dal giudicare e dal confrontare, cominciamo dunque ad abbandonare la nostra identificazione con i modelli che rafforzano l’ ‘io’ all’interno dell’organismo.

La pratica del dharma consiste nel raggiungere la consapevolezza della totalità dell’esperienza in ogni istante. Quando, dunque, non ci identifichiamo più con una parte soltanto dell’organismo totale, vale a dire con pensieri o emozioni particolari, o anche con una silenziosa cognizione, la nostra esperienza acquisisce un carattere di unificata completezza e noi possiamo cominciare a sanare anche l’ultima dicotomia tra soggetto e oggetto, interno ed esterno, sé e altri.

Con una capacità di percezione particolarmente sottile, ci rendiamo così conto che ciò che è vero in ogni istante che svanisce è solo l’esperienza di quell’istante, il suo ‘esser tale’. Il senso del sé, di un ‘io’ separato dall’esperienza, non è che un’aggiunta.»

Tratto da: “Il cuore della saggezza. Esercizi di meditazione“, di Jack Kornfield, Joseph Goldstein.

Fonte: https://www.meditare.it/wp/risorse/alla-riscoperta-della-propria-natura-essenziale-joseph-goldstein/

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